La Pragmaticità nelle Arti Marziali
Yuki no Senshi è una scuola pragmatica, legata solo a principi di realismo e fattibilità.
Dopo l’era delle guerre, le antiche discipline marziali, tramandate da chi aveva davvero combattuto, si sono trasformate in pura teoria e didattica tradizionale. Ma il declino non si è fermato qui. Con l’avvento del budō burocratico e federale, anche questa didattica si è corrotta, celebrando la mediocrità attraverso titoli e trofei privi di sostanza. Forme prive di applicabilità, movimenti scenografici e altre inutilità vengono osannati come se avessero un reale valore nel combattimento.
Uno dei principi fondamentali Yuki no Senshi è chiaro: tutto ciò che non è applicabile in un vero combattimento è solo un balletto ridicolo, privo di valore.
I primi fondatori del budō non avevano fini mediocri né interessi legati al business. Il loro scopo era trasmettere e custodire un retaggio antico, preservando l’essenza di un sapere forgiato nel combattimento reale. Ma il tempo, l’avidità e la burocrazia hanno corrotto il loro lascito, trasformandolo in una macchina commerciale e federativa, svuotata della sua autenticità.
Per decenni, la pragmaticità dell’arte della guerra si è dissolta, rimpiazzata da sterili esercizi didattici privi di qualsiasi realismo e qualità. Ogni generazione ha ereditato un’arte sempre più annacquata, ridotta a una pallida ombra di ciò che era in origine.
Come una fotocopia sbiadita della fotocopia precedente, l’essenza marziale si è progressivamente allontanata dalle sue origini, degenerando in una rappresentazione vuota e artificiale.
Nel frattempo, scuole, sottoscuole e legioni di sedicenti maestri sono proliferati a causa di un facilissimo rilascio di titoli. Una generazione di damerini, molti dei quali non hanno mai combattuto un solo giorno in vita loro. Eppure, sono proprio loro ad essersi imposti come la principale rappresentazione delle arti marziali moderne, trascinando con sé un esercito di praticanti mediocri, privi di consapevolezza e preparazione. Il risultato di questo ha generato poi altra spazzatura, molto più marcia, La nascita dei fake, invasati con una passione mal riposta che sfruttano il nome delle arti marziali per guadagnare sulle spalle di una storia ormai stuprata da menti inferiori.
Personaggi grotteschi che inventano titoli, storie e lignaggi inesistenti, vendendo illusioni a chi non sa distinguere la realtà dalla farsa. Chiacchiere, chiacchiere, ancora chiacchiere… e zero fatti, è così che si presentano.
In un’epoca diversa, quando la pragmaticità era l’unico metro di giudizio per stabilire il valore di un guerriero, non sarebbe bastato un semplice tesseramento, il pagamento di una quota o l’attesa di un determinato periodo per essere proclamati “maestri”. Il titolo si conquistava sul campo, nel sangue, non con un pezzo di carta.
In un mondo dove non viene celebrata la mediocrità, sarebbe stato impensabile che fake maestri emergessero dal nulla, autoproclamandosi esperti senza mai aver affrontato un vero combattimento e senza appartenere ad alcun lignaggio. Sarebbero stati smascherati, ridicolizzati e, in un contesto storico particolare, uccisi rapidamente senza pietà come i vermi che sono. Il loro inganno non avrebbe retto alla prova della realtà, e le loro scuole sarebbero state bruciate.
Ma oggi, nell’era della celebrazione della mediocrità, questi impostori prosperano indisturbati. L’inferiorità si è talmente normalizzata da passare inosservata, e così, giorno dopo giorno, l’essenza delle arti marziali si dissolve in un mare di illusioni e falsi miti.
E così, le pochissime realtà autentiche e legate ancora ai fatti, si sono ritiratte nell'ombra, continuando il loro lavoro tradizionale e pragmatico, ignorando le realtà inferiori che hanno preso il trono delle arti marziali.
C’è però qualcosa che ha iniziato a scuotere questa mediocrità e a mettere in discussione la lontananza dalla realtà delle arti marziali: Internet.
Personalmente, lo considero la maledizione dell’era moderna, un universo che spegne le menti e sta lentamente corrompendo l’umanità con la totale ignoranza. I social hanno trasformato la comunicazione in un circo di superficialità e stupidità, dove chiunque si sente in dovere di fare battute stupide anche di fronte a contenuti seri e reali. Il livello intellettuale si è abbassato drasticamente, sepolto sotto una montagna di spazzatura digitale che viene ingurgitata senza alcun filtro critico. Dove le donne si prostituiscono legalmente guadagnando cifre esagerate, mostrandosi nude con superficialità sminudendo la loro dignità vendendosi senza problemi.
Eppure, nel rovescio della medaglia, anche questa maledizione ha avuto un effetto positivo, seppur piccolo rispetto al mare di degrado che rappresentano i social. L’esposizione costante a video e immagini ha reso evidente l’infattibilità e la stupidità di molte pratiche “marziali”, costringendo il mondo a riconsiderare cosa significhi davvero combattere. Nel caos digitale, è emersa una verità innegabile: non tutto ciò che viene insegnato nelle scuole tradizionali di budō funziona nella realtà.
L’ascesa degli sport da combattimento come MMA, Boxe, Kickboxing e discipline affini ha portato una ventata di realismo nel panorama marziale. A parte la Boxe, la Lotta Greco-Romana e la Muay Thai—che vantano una storia millenaria—molti altri sport da combattimento sono, in fondo, solo sport. Eppure, anche queste discipline, per quanto pratiche e concrete, hanno finito per essere corrotte dal business federativo, riducendosi a semplici sport anch'esse, con trofei e competizioni regolamentate a dominare i loro principi. Diventando purtroppo un mezzo per i trogloditi che non cerano studio, e un percorso profondo, radicato nella cultura e nella storia, ma solo violenza gratuita e titoli. Basta osservare chi pratica queste attività per capire quanto il focus sia cambiato.
Nonostante ciò, gli sport da combattimento rimangono strumenti fondamentali per comprendere la realtà del combattimento.
Un altro dei principi fondamentali Yuki no Senshi è chiaro:
"Se vuoi imparare l’Arte della Guerra, non puoi limitarti a filosofeggiare o ad immaginarla nella didattica passiva. Devi viverla. Imparare a combattere significa imparare a prenderle, farsi male e assaporare il brivido dell’errore fatale è importantissimo, perché in un contesto reale un errore può costarti la vita."
Personalmente, ho attraversato molte esperienze negli sport da combattimento. Ho utilizzato gli sport da combattimento per quello che sono realmente, uno strumento per mettermi alla prova, per testare ciò che mi è stato trasmesso, e per capire cosa funziona davvero e cosa, invece, va modificato o addirittura eliminato. Perché la disciplina marziale non è un punto di arrivo, ma un percorso infinito fatto di studio, storia, strategia e, soprattutto, crescita interiore. È un cammino che lega corpo e spirito, spingendo verso una comprensione più profonda dell’esistenza e della coscienza.
Gli sport da combattimento invece, per quanto essenziali nell'aspetto pragmatico, rimangono solo uno strumento. Non possono essere praticati per sempre: il corpo, prima o poi, cederà e avrà bisogno di nutrirsi di altro.
Eppure, proprio grazie alla moda che circonda questi sport, Internet ha reso evidente la brutalità del combattimento reale. Mostrando video crudi di combattimenti furiosi. La violenza e la ferocia di un essere umano non possono essere immaginate in una didattica passiva, in cui il partner si limita ad assecondare i nostri movimenti. I social, senza volerlo, hanno dato vita a un fenomeno che potremmo chiamare Reality vs. Imaginary, smascherando (o meglio, demolendo) tantissime discipline e scuole prive di reale applicabilità.
Per anni, il budō moderno ha venduto un’illusione. Ora, la realtà sta finalmente riprendendo il suo spazio e questo per me è fantastico.
Yuki no Senshi Onmitsu Han (Clan segreto dei guerrieri della neve) è una tradizione risalente al Periodo Sengoku.
Sensei mi ha cresciuto con la tradizione e con la violenza, spingendomi a cercare la pragmaticità e metterla alla prova accentando ogni sfida che valesse la pena affrontare. Oltre ad un durissimo addestramento fisico, ho sempre combattutto, mi sono sempre fatto male, contusioni, fratture, punti di sutura, li ho collezionati tutti. Imparando a sopportare il dolore, a non temerlo, ma specialmente a combattere con cuore sereno, con la strategia al primo posto, sempre concentrato e mai corrotto dall'ira.
Questo approccio, ovviamente, l’ho trasferito nelle mie scuole, insegnando ai miei allievi non solo le tecniche, ma anche a credere in se stessi e nella realtà di ciò che stanno facendo. Lo sparring è essenziale nei miei dōjō, perché nulla può sostituire l’esperienza diretta del confronto violento. Dopo dieci anni di pratica nell'arte della spada giapponese e nelle armi feudali del Giappone, stufo della teoria e della didattica passiva tipica del budō, ho deciso di creare un’appendice: il Kumidachi Dō. Questa disciplina non è Kendō, ma nasce dal bisogno di ritornare a un combattimento più autentico, privo di regole e schemi. Io sono stato cresciuto e addestrato all'arte della guerra non a balletti o a fare sport. Per quanto rispetti profondamente il kendō come disciplina tradizionale e lo consigli sempre a chi è appassionato, quello che mi rappresenta non è uno sport regolamentato. Il kendō, pur avendo una sua grande importanza storica, rimane un sport fatto di schemi e dunque, limitazioni. Per il mio approccio, che cerca il combattimento reale e quindi la libertà di movimento, quello che propongo è un altro cammino. Non c'è spazio per la finzione. Niente punti, niente schemi e niente reole in Kumidachi Dō.
Solo l'applicazione delle tecniche che si apprendono nell'arte della spada giapponese. Il combattente deve essere pronto ad affrontare la realtà, senza filtri e senza illusioni.
In conclusione, il budō, nelle sue forme più pure, ha sempre insegnato che il combattente non deve cercare il facile riconoscimento, né la celebrità, ma piuttosto il miglioramento continuo, il confronto con la propria ombra. La vera arte marziale non è quella che si può esibire in uno spettacolo, ma quella che si vive nella propria carne, nel proprio spirito, nelle cicatrici che lasciano tracce indelebili. Purtroppo ha perso questi valori oggi, lontani dai principi di parecchi maestri che rappresentano il budō odierno.
Oggi più che mai, è necessario un ritorno alla pragmaticità. Dobbiamo separare il grano dalla paglia, rimettere al centro la realtà del combattimento, quella che non fa sconti e non regala illusioni. Non possiamo permettere che il nostro retaggio venga offuscato dall’inganno degli show e dalla superficialità di regalare titoli per guadagnare e monopolizzare. Le vere arti marziali devono tornare a essere un cammino di studio, di sacrificio, di sfida, di confronto con noi stessi e con gli altri.
E chi è pronto a questo viaggio, sa che non c’è spazio per i falsi maestri o per le scuole che vendono miraggi. Il vero guerriero sa che il percorso della pratica e dello studio di una disciplina è difficile, lungo e a volte doloroso, ma è l’unico che porta alla vera realizzazione e ad uno scopo che può cambiarci la vita per sempre. E non è sufficiente la cultura e lo studio a fare di un praticante un Sensei completo, solo attraverso la verità del combattimento, la realtà delle sue sfide, possiamo riscoprire ciò che rischia di essere perduto.
Sensei Scolaro Giuseppe Simone
ジュセッペ シモネ スコラロ